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Mancuso sindaco di Napoli

Libero Mancuso
«Volevano chiudere la partita a Mirafiori e i lavoratori l’hanno riaperta. Libero Mancuso ha fatto lo stesso con le primarie. È aria pulita, ossigeno per il centrosinistra in questa città. E Napoli ha bisogno di Mancuso». Nel teatro pieno c’è uno striscione bianco con la scritta rossa: «No, i diritti no. Quelli non si toccano». All’inizio e alla fine, le note di “Bella Ciao”. Un occhio al caso Fiat, l’altro a Palazzo San Giacomo, Nichi Vendola lancia Mancuso come sfidante di centrosinistra alle prossime amministrative.

«Come l’Aquila, Napoli è il luogo dove si incarnano le magie del re taumaturgo, del Berlusconi che tocca e salva. Ma con i rifiuti di Napoli gli riesce solo se la monnezza me la prendo io in Puglia», attacca Vendola strappando applausi al pubblico che riempie il teatro Augusteo e provocando la replica dell’assessore regionale Giovanni Romano che invita «a non strumentalizzare la vicenda rifiuti a fini elettorali».

Il leader di Sel distribuisce bordate al centrodestra, parlando di gestione «affaristica e camorrista» e censurando le scelte sulla cultura, come nel caso del Trianon: «Chiudere il teatro di Nino D’Angelo è un delitto contro la città. La camorra è bruttezza, si sconfigge anche con la cultura». Ma non risparmia il centrosinistra che, sottolinea, «a Napoli e in Campania ha largamente peccato». Invita a fare autocritica, a chiedersi cosa sia accaduto dopo la stagione di Antonio Bassolino, «sindaco della riscossa» e la sua prima esperienza da governatore. «Nella seconda legislatura regionale il centrosinistra è diventato centrocentrosinistra. Ha inglobato due centri, quasi di riabilitazione ironizza Vendola uno sta a Nusco e l’altro a Ceppaloni». La Napoli di oggi, prosegue parafrasando Pino Daniele, «ce la raccontano grigia. Invece sappiamo che ha mille colori. Ma in questi anni è diventata soprattutto una capitale più povera» che ha bisogno di un «uomo intrinsecamente libero».

Libero Mancuso, dunque. «Credo che il destino delle persone talvolta sia nel loro nome dice Vendola in questo caso è così. Libero Mancuso è un pezzo verace della storia di Napoli conosciuto in tutta Italia. Ha costruito a Bologna un percorso lungo come magistrato apprezzato e amministratore limpido. In una città che è stata devastata da una destra camorrista e una sinistra che ha avuto molte ombre nella gestione del potere, può rappresentare il punto giusto per ricominciare».

Nel suo intervento, Mancuso annuncia di essere pronto «a rispettare il risultato delle primarie». Ma se la consultazione dovesse essere annullata, allora l’ex magistrato correrà ugualmente come candidato sindaco. Mancuso non chiama mai per nome i suoi sfidanti, Andrea Cozzolino, Nicola Oddati, Umberto Ranieri e Luigi Sorbillo. Ma non mancano le stoccate. A chi (Cozzolino) «ha ricoperto responsabilità di prim’ordine nel governo della Regione» e a chi «ancora in queste ore ha responsabilità nell’amministrazione della città. Tutti si vantano di essere rimasti al proprio posto (il posto, comprendetemi bene…) piuttosto che andare altrove», sottolinea tagliente. E poi critica chi (Ranieri) «avendo espresso qualche timida polemica verso la politica comunale e quella regionale è convinto che questo basti a emendarlo di tanti silenzi e di svariate corresponsabilità. Lo slogan “io non c’ero, e se c’ero dormivo” in politica non può e non deve pagare».

Quindi Mancuso lamenta di aver subito «una campagna denigratoria e calunniosa. Mi hanno accusato di essere venuto meno ai miei doveri di magistrato quando ancora esercitavo quella professione, e di essermi acconciato a difendere i camorristi da avvocato. Queste accuse mi addolorano, da magistrato ho subito minacce dai fronti più aggressivi e pericolosi, dalla criminalità organizzata al terrorismo rosso e nero, senza mai arretrare». Adesso, conclude Mancuso, «un ciclo è chiuso, si apre una nuova fase. Non ci sono dirigenti e politici buoni per tutte le stagioni. È ora di riappropriarsi della politica». La platea applaude, Vendola lo abbraccia. In teatro ripartono le note di “Bella Ciao”.

fonte: larepubblica.it

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